LA SCOPERTA DEL MONDO NUOVO

Per celebrare la fine di un momento senza precedenti, c’era bisogno di un gesto altrettanto inusuale. Come attraversare in bicicletta IL PIEMONTE E LA LOMBARDIA: duecentosettantuno chilometri da Torino a Nembro, il piccolo paese della Val Seriana falcidiato dal Covid. Un viaggio tra paesaggi e persone, ma anche un modo per ritrovare un ritmo più umano

Il dio della Luna, della sapienza e della misura del tem- noi. Abbiamo bisogno di riscoprire il nostro spazio, di ricu- jj po, l’antico protettore degli scribi, la divinità egizia ciré il rapporto con il territorio che ci circonda, chiamata Toth, oggi non vive più sulle rive del Nilo ma L’unica alternativa possibile per i miei spostamenti da nelle risaie del Vercellese. Ha grandi piume bianche e becco Milano a Torino è sempre stata tra i 45 minuti del treno e i e coda neri. Nessuno sa come l’ibis sia arrivato fin qui, ma i 90 della macchina, ma questa volta ho scelto i 720 della bivecchi contadini non lo venerano per nulla, anzi lo detesta- cicletta. no perché è un predatore che mangia le uova di tutti gli altri I viaggi, se sono lenti, sono anche viaggi nella storia, in cui trampolieri e perché semina caos e disordine. il presente è solo una delle facce possibili da guardare. MenNella mia vita ad alta velocità non avrei mai immagina- tre pedalavo, ho realizzato che nell’epoca dell’immediatezto di poter pedalare per oltre otto ore tra le risaie, nel si- za siamo infinitamente più lenti di quando ci muovevamo lenzio assoluto, accompagnato dagli aironi e dalle garzet- a cavallo, ma coltivavamo una tenace fiducia nel futuro e te. Soprattutto non avrei mai immaginato che potesse acca- nel progresso. Lasciando Torino ho costeggiato il canale Cadere tra Torino e Milano, poco sotto la linea dell’autostrada. vour, voluto per collegare il Po con il Ticino: 83 chilometri Abbiamo vissuto un tempo inatteso e impensabile, le no- di avveniristica opera idraulica, fondamentale per permette- stre vite sono state stravolte in un modo che nemmeno nei re alle campagne di Novara e di Vercelli di produrre, ancora o film più fantascientifici era stato ipotizzato. L’uscita da que- oggi, la metà del riso di tutta Europa. Lo inaugurarono nel o sto momento richiede gesti inediti, ma questa volta scelti da 1866 e per costruirlo impiegarono soltanto tre anni: il tempo S in cui oggi, paralizzati dalle burocrazie, a malapena riusciamo a completare un parcheggio. Quel nome – Cavour – ormai trascurato e spesso pronunciato con l’accento sbagliato, è invece una presenza costante per più di cento chilometri, dal tavolo che occupava al Ristorante del Cambio a Torino alla statua nella piazza principale di Vercelli. Ma a parlarmi di lui con una passione straordinaria è una coppia di trentenni, maestra elementare lei, tatuatore e cantante lui, terzo classificato nel 2011 a Sanremo giovani. Marianna Fusilli e Roberto Amadè si sono p messi in testa di salvare la tenuta di campagna del conte Camillo Benso a Leri, una frazione di Trino Vercellese, oggi abbandonata e in completa rovina. Mentre Marianna racconta, immagino Cavour che decide di far affrescare il salone delle feste per ospitare il re, e la sua faccia delusa quando, a causa di un’epidemia di colera, il Savoia diede forfait. Questa grande casa ottocentesca, la cui facciata è stata restaurata solo dieci anni fa, non ha nemmeno un cancello, una porta, un lucchetto. Chiunque può entrare, come i vandali che a Natale si sono portati via il camino, o il graffìtaro francese che, per Carnevale, ha deciso di sovrapporre la sua opera agli antichi affreschi, firmandosi con un bel gatto. Ma non è il solo sfregio, in quelle che erano le risaie del padre dello Stato unitario, oggi ci sono le due grandi torri di una centrale dismessa dell’Enel che qui aveva progettato di costruire un impianto nucleare, poi fermato dal referendum. All’ombra di quella presenza inquietante si scopre però la meraviglia di una garzaia, zona di nidificazione degli aironi cenerini. Mi basta pedalare un altro quarto d’ora per farmi mostrare da Mario, allegro vecchietto con il cappello di paglia, il dormitorio delle mondine nella Tenuta Colombara in cui viveva da bambino. Lui, figlio dei contadini, ci stava tutto l’anno, e le ricorda perfettamente: «Siccome ero piccolo e con una bella faccia, tutte queste mamme che avevano lasciato i loro bambini a casa mi volevano riempire di baci, ma io scappavo e mi nascondevo sotto i letti». Vite infernali: per togliere le piante infestanti che soffocano il riso servivano duecento donne, venete, emiliane e salernitane, piegate nell’acqua tra le punture dei granchi da risaia e le bisce, dalle nebbie dell’alba all’inizio del tramonto, una sola sosta per mangiare all’ombra dei pioppi. La cena era sempre la stessa e ancora oggi è nei menu di ogni ristorante della zona: la panissa, ovvero riso con fagioli e cotiche. Nei racconti di Mario sembra di vederle ancora qui, mentre circondano il parroco, venuto a sequestrare le riviste illustrate considerate immorali, per cantargli in coro e con tutto il fiato che hanno Bandiera rossa. Oggi, mi racconta il proprietario della tenuta, Piero Rondolino, al posto di quelle duecento donne bastano due contadini esperti in macchinari tecnologici, curano cento ettari a testa, ma nei magazzini sono in otto, e in ufficio per le pratiche burocratiche in undici. La storia in Italia è ovunque, basta ascoltare. Ho attraversato borghi disabitati dove gli ultimi anziani tramandano le memorie ascoltate dai loro vecchi delle battaglie delle Guerre d’Indipendenza italiane, lontana eco dei giorni di scuola: «A Vinzaglio nel 1859 vincemmo noi piemontesi contro gli austriaci ma, quelle truppe sconfitte, di austriaco avevano solo il comandante, perché la carne da macello era composta da soldati croati, bosniaci e ungheresi». Un modo per ricordarmi che allora, come oggi, c’è sempre qualcuno che arruoliamo per fare fatica. Ogni paese ha il suo monumento ai caduti, in zona di campi di battaglia ce ne sono fin troppi, qualcuno ancora mette dei fiori di plastica. Sono arrivato a Milano seguendo i navigli che parlano la lingua di Leonardo da Vinci e ci ricordano che era una città d’acqua; alla Darsena i bar sono di nuovo pieni e i tavoli all’aperto hanno occupato tutto lo spazio possibile. Ho deciso di non fermarmi qui. e di arrivare in quello che è stato l’epicentro della pandemia, così ho continuato a pedalare per un altro giorno fino a Bergamo e a Nembro, il piccolo paese alle porte della Val Seriana dove si è acceso il focolaio più terribile. Il modo migliore per arrivarci è seguire le tracce dei Promessi sposi: Renzo, per fuggire dall’arresto e dalla peste di Milano, zigzagò nei campi intorno al canale della Martesana e attraversò lAdda per riparare nella Bergamasca, allora terra della Repubblica di Venezia. Ogni angolo d’Italia nasconde una sorpresa: a Treviglio, grazie all’intercessione della suora che mi risponde al telefono, il sacrestano abbandona il panino che stava mangiando e mi apre il portone della basilica per lasciarmi vedere il Polittico di San Martino, un’opera composta da nove tavole, alte sei metri, che richiese vent’anni per essere dipinta alla fine del Quattrocento. Non ho tempo di ringraziarlo perché mi interrompe, vuole capire se ho idea di quando si potrà rimettere l’acqua benedetta nelle acquasantiere. Bergamo è avvolta in una nebbia di umidià, la si vede da lontanissimo, tutto il mondo ha negli occhi quei camion militari che trasportavano bare, ma oggi la città sembra tornata alla sua vita di sempre. L’ingresso della Val Seriana appare bellissimo: come ricordare l’angoscia che spinse don Matteo, il giovane prete di Nembro, a legare le campane perché non suonassero più a morto? Ci pensano i bambini dell’oratorio: sono in tanti ad aver perso il nonno e te lo spiegano senza farselo chiedere. La preoccupazione del sindaco e del prete adesso è una sola: come guardare avanti, come recuperare entusiasmo. «La nostra colpa», sottolinea il primo cittadino Claudio Cancelli, «è di essere comunità appassionata e vivace, avevamo tantissime attività, più di qualunque altro paese, e così ci siamo contagiati. Adesso bisogna ritrovare speranza e superare la paura di stare insieme». Lombardia e Piemonte hanno avuto il record dei positivi, unite ancora una volta dal destino, divise dal Ticino. Il cartello che indica il passaggio di regione è coperto dalle piante, nessuno in questo tempo fermo si è preoccupato di fare manutenzione, così lo spazio è diventato cosa unica. Erano previsti temporali, invece si sono aperte le nuvole, l’aria è magnifica, una signora temeraria ha colto l’attimo e ha già srotolato il suo asciugamano sulla spiaggia del parco sul fiume. L’estate è arrivata, sarà un’estate italiana. Tempo di lettura: 8 minuti ACQUA E CIELO 1. Pedalando lungo il Naviglio Grande verso Milano. 2. Risaie nel Vercellese. 3. Campi fuori Novara. 4. Un gregge fuori Torino. 5. Il Rudùn, ruota idraulica voluta dal cardinale Borromeo per irrigare orti e giardini a Groppello d’Adda. 6. Le torri della Centrale di Livorno Ferraris costruita sulle terre della tenuta di Cavour.«Nell’epoca dell’immediatezza, siamo infinitamente più lenti di quando ci muovevamo a cavallo, ma coltivavamo fiducia nel futuro»

BELLEZZE D I M E N T I C A T E 7. La presa del Canale Cavour a Chivasso. 8. La casa delle mondine nella Tenuta Colombara a Livorno Ferraris. 9. Graffiti sopra gli affreschi nel salone delle feste della tenuta di Leri Cavour appartenuta a Camillo Benso. 10. La strada che da Novara porta al Ticino, confine con la Lombardia. 11. Interno del dormitorio della casa delle mondine alla Colombara.ITINERARIO

Gran parte del percorso di questo viaggio è stato fatto passando lungo la ciclovia AIDA, acronimo di Alta Italia Da Attraversare, che collega il Nord dal confine con la Francia fino a Trieste. La prima tappa, di 101 km, è partita da Torino ed è arrivata a Vercelli. La seconda, di 84 km, da Vercelli a Milano, e la terza (86 km) da Milano a Nembro, in Val Seriana. Il percorso è facile e non richiede nessuna esperienza particolare. AIDA è un progetto di Fiab Onlus, un’associazione che esiste da oltre 30 anni e che ha 18 mila soci. Secondo i loro report ogni km di ciclovia genera, nel nostro Paese, 5 posti di lavoro e 100 mila euro di indotto all’anno, anche attraendo un turismo responsabile e attento. Per favorire il ripristino e il collegamento di ciclovie già esistenti è possibile aderire alla campagna «Adotta un Km».
Foto: *Mario Calabresi, scrittore e giornalista, cura la newsletter settimanale Altre/Storie. Per iscriversi: mariocalabresi.com

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